Parole sulla carta
Giulia Volpi - 02/02/2010
Parole sulla carta
Niccolò Ammaniti: Che la festa cominci
Einaudi, 2009
Due storie procedono parallelamente, nella capitale. A poca distanza l’una dall’altra.
Una è quella di Saverio Moneta, in arte Mones, capo di una setta satanica strampalata composta da quattro sfigati metallari che cercano, nelle orge e nei sacrifici umani, la giustificazione delle loro frustrazioni e di amori non ricambiati. Una setta, quella delle “Belve di Abaddon”, che pare più un capriccioso, maldestro gioco di ruolo, seppur con tanto di divisa ufficiale: tuniche cucite con le tende di un vecchio cinema, durlindana acquistata su E bay, appena spacchettata, espadrillas nere.
L’altra storia ci parla invece del celebre scrittore Fabrizio Ciba, alle prese con la sua fase di declino dopo il periodo d’oro, alla smaniosa ricerca di input, e così ottusamente attratto da chiunque dichiari di apprezzare i suoi libri, da desiderare (mai fino in fondo) la mano di qualunque donna ne tessa le lodi.
Patetici senza consapevolezza alcuna, i due personaggi maturano per tutta la prima metà dell’opera senza mostrare alcun punto di contatto se non la rappresentazione ugualmente esasperata che di essi ci viene fatta: grottesca, apocalittica, talmente dissacrante sia negli atteggiamenti che nei linguaggi loro attribuiti, da sfiorare la pazzia pura, spesso fine a se stessa.
Da una parte le vicende del satanista di Oriolo Romano(satanista per passione, ma nella vita quotidiana mobiliare del reparto cucine tirolesi di un grande magazzino), il quale progetta un colpo per risollevare le sorti della sua organizzazione di poveracci depressi e demotivati, convinto stavolta di avere l’idea buona per evitarne il definitivo scioglimento.
Dall’altra parte la meschinità di un intellettuale che, pur ammettendo che abbia scritto grandi cose(millantato credito?) è nell’anima un uomo davvero piccolo, che passando da una bella donna all’altra, si stupisce della propria saggezza quando riconosce di non voler mai amare veramente qualcuno per paura di togliere amore ai personaggi dei suoi romanzi. Di una superficialità disarmante, il Vate, e per di più accompagnato da una costante, disgustosa, ed assai poco virile preoccupazione per la propria pellaccia.
Le due trame, tenute per un po’ separate, sono destinate a convergere in corrispondenza dell’evento centrale del racconto, una festa che vorrebbe essere ricordata da tutti come la più grande della storia, un evento mondano di dimensioni bibliche organizzato nel parco di Villa Ada da Sasà Chiatti, ricco palazzinaro in cerca di notorietà. E’ qui che lo scenario di frivola baldoria di veline, chirurghi plastici e vippetti da quattro soldi, si trasforma in un tragico calderone di urla spaventate e spaventose (provenienti, quest’ultime, dal sottosuolo romano), e che l’”amatricianata” di mezzanotte in programma diventa il banchetto cannibale di belve esotiche con cui Sasà ha fatto riempire il parco per realizzare il suo amato safari. Già caricature al momento dell’ingresso nella villa, gli invitati esibiscono il peggio della depravazione umana passando una notte a picchiarsi, zittirsi con droghe, rotolarsi nel fango, in quella che potrebbe a tratti sembrare una versione febbricitante di un qualsiasi film anni 80 alla Indiana Jones ma di gran lunga più improbabile, adesso. In questo lago di melma e sangue in cui galleggiano femori e carcasse umane- inghiottite e poi risputate come per ribrezzo dalle viscere della terra, schifata- non c’è verso che questi personaggi recuperino un briciolo di umanità, neanche in punto di morte. Tutto ciò fa rimpiangere non poche volte al lettore, stordito, la rassicurante provvidenza manzoniana che amministrava la giustizia distinguendo chiaramente i vizi dalle virtù. Una guida. Una possibile lettura. Ora non si riesce più a tracciare un confine tra bene e male, neanche debole, precario, nessuno sembra credere più in niente fino in fondo, ma solo a ciò che di volta in volta raccoglie il consenso pubblico. Solo questo conta, ed ogni mezzo diventa lecito pur di arrivarci. Se l’autore intendeva, schifato, riprodurre in modo truce tutto il marcio della società in cui vive attraverso la pura dissacrazione portata all’estremo, l’ha fatto senza però dare quel tocco in più, un significato ulteriore ad una trama ben congegnata, una risolutezza in un senso o nell’altro, né come mero intrattenimento, né come spunto riflessivo. Non c’è la risata amara e non c’è quella spensierata, sono il caos e l’inverosimile a regnare, e diventa arduo leggere qualcosa al di là di una massa di folli sboccacciati che si mandano a quel paese come se ci fossimo sintonizzati su uno di quei programmi urlati alla tv, con litigio prestabilito. Non c’è il riscatto per nessuno, pare: la società viene osservata esclusivamente nel suo andare allo sbaraglio, e la festa del secolo non può che collassare su se stessa, lasciando come traccia il rigurgito, qua e là, dei crostini a base di storione, prelibati, ma forse indigesti, preparati da prestigiosi cuochi bulgari.
Giulia Volpi-www.tifogrifo.com
Agenzia Stampa Italia
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