Il cuore dell'Eurasia /2

 

Andrea Fais - 02/02/2010

IL CUORE DELL'EURASIA/2
  Dal khanato di Tamerlano all'impero del gas


Eravamo nel 2006, quando improvvisamente una notizia clamorosa sconvolge l’intero Paese. La morte improvvisa del Presidente Saparmyrat Nyyazow, ha lasciato molta tristezza in tutto il Turkmenistan: i neppure cinque milioni di abitanti che ne costituiscono l’intera popolazione, lo hanno sempre considerato il padre di un patria, invero particolare e non certo lineare sotto l’aspetto storiografico, ma sicuramente salda e indipendente. Anche qui, come già successo in Kazakistan e in Uzbekistan, la discontinuità col passato sovietico non ha risentito di eccessivi traumi politici.

Addirittura Nyyazow, scelto come segretario del Partito Comunista della Repubblica Sovietica del Turkmenistan, nel 1985, direttamente da Michail Gorbaciov al posto del predecessore Muhammetnazar Gapurow, prese in mano il testimone di leader del Soviet Supremo nazionale già nel 1990, e si mostrò assolutamente fra i più intransigenti e tra i più restii ad assecondare i piani della Glasnost del leader del Cremlino: è soltanto nel 1991 che il Paese, come tutti gli altri Stati dell’ormai noto CSI, dichiara la sua indipendenza, dopo settanta anni di appartenenza al grande continente sovietico, e si stacca definitivamente dall’ormai disgregata e corrotta orbita di Mosca. Se da un lato, la mossa di opposizione alla destabilizzazione operata da Gorbaciov induce a mostrare la lungimiranza di Nyyazow, dall’altro non fa che accellerare un processo di progressiva concentrazione del potere e di crescente e smisurato culto della personalità.

Tra il 1994 e il 2002, il suo piano politico e amministrativo farà registrare un progressivo cambiamento dell’assetto istituzionale del paese verso la direzione di uno sfrenato presidenzialismo non di rado sfociato nella tragicomica celebrazione di sé stesso: statue dorate in suo onore, testi scolastici infarciti di autocitazioni, fino a pubblicare personalmente il Ruhnama, un testo di due volumi che Nyyazow  ha corredato di insegnamenti e riflessioni spirituali volte ad identificare il suo esempio col popolo del Turkmenistan. Non è difficile comprendere come il presidente possa essere finito sotto il mirino degli organismi internazionali garanti per la democrazia e i diritti civili.

La funzionalità di questi istituti è chiara ed indubbiamente le ricostruzioni politiche che risultano dai loro stessi verbali risentono di un punto di vista economico e politico che non è difficile immaginare vicino alla concezione liberale e democratica del potere. Tutto ciò probabilmente potrebbe dunque oscurare l’importante ruolo che Nyyazow ha svolto, come difensore dell’indipendenza del Turkmenistan per tutti gli anni Novanta, in oltre un decennio di pericolo.

Come molte aree di questo complesso scacchiere dell’Asia centrale, il Paese è tra i principali produttori ed esportatori di gas del mondo: le riserve naturali presenti in questo territorio rendono l’area centro-occidentale una preda molto ambita. Non è passato molto tempo da quando l’allarme innescato dal Presidente della Federal Reserve degli Stati Uniti, Alan Greenspan, ha scosso le stanze della politica e dell’economia atlantica: le riserve di petrolio e di gas interne agli Stati Uniti avrebbero avuto ancora otto-dieci anni al massimo di durata. Dopo sei anni, l’allarme è diventato una vera emergenza politica che vede le principali lobby energetiche americane infiltrarsi in ogni operazione diplomatica o militare di Bush prima e di Obama poi.

Dalle cifre risulta che il Turkmenistan è il più potente produttore di gas naturale dell’Asia centrale e uno dei maggiori produttori di petrolio e gas liquidi in tutta l’Asia. Le stime calcolate nel 2006 dal periodico internazionale specializzato nel settore dell’energetica World Oil&Gas, parlano da sole: nel solo 2005 la produzione di petrolio e gas liquidi ha toccato i 196mila barili al giorno, ma soprattutto fino al 2004 la produzione di gas naturale del Paese, 57,31 miliardi di metri cubi (raddoppiata rispetto alla fine degli anni Novanta), poneva il Turkmenistan al dodicesimo posto mondiale nella classifica degli Stati produttori ed esportatori. Dopo il 1992 le privatizzazioni sono state limitate e controllate dallo Stato, consentendo una progressivo avanzamento sul piano della tecnologia per estrarre ed esportare le ingenti risorse naturali, razionalizzandone la produzione, senza consentire ingerenze esterne: tutt’oggi lo Stato, malgrado la popolazione non versi in buone condizioni, eroga luce, gas e acqua gratuitamente agli abitanti.

Riforme e coesione sociale hanno permesso a questo Paese una organica e tranquilla continuazione, dopo il crollo del sistema di tipo sovietico: dal punto di vista culturale, l’Islam infatti, resta ancora un collante importante, ma non dà segni di estremismo. Sessanta anni di Socialismo reale e quindici anni di Runhama sembrano avere costituito una specie di “culto” parallelo all’ordine religioso che pone l’identità nazionale turkmena sopra ogni altra caratterizzazione di tipo etnico e religioso.

Una simile coesione è da ricercare soprattutto nel carattere storico e linguistico del popolo: a differenza di altri paesi di questa zona dell’Asia, come l’Iran (con cui confina a sud) o l’Uzbekistan (con cui confina a nord-est), l’islamizzazione avvenuta intorno al VII secolo a seguito della dominazione araba, ha fatto registrare uno stravolgimento abbastanza repentino. Lo stesso passaggio dal carattere rigorosamente islamico degli Arabi a quello turco-persiano dei Selgiuchidi ha spostato il Paese lentamente verso una cultura molto più mongolo-turanica che semitico-mediterranea, fermo restando il carattere islamico come continuità. Nel XIV secolo, il Turkmenistan entrò a far parte dell’immensa area conquistata da Tamerlano, dopo la parentesi del khanato mongolo e i centocinquanta anni di diretta dominazione dell’imbattibile Orda d’Oro: nell’Impero di Tamerlano rivivono tutte le sintesi culturali che ne formano la personalità politica e spirituale; emiro e musulmano ma strenue avversario delle dinastie arabe, fino a considerarsi il restauratore di un immenso Khanato mongolo ma avversario della stessa Orda d’Oro e dei successori del temuto Gengis Khan.

L’influenza tanto persiana quanto mongola che rivestirà per secoli una primaria importanza sull’area dell’Impero Timuride (un’area vastissima capace di giungere dalla Turchia orientale sino alle Indie passando per Uzbekistan, Turkmenistan e Kazakistan), sarà l’elemento centrale su cui ruota tutta la particolare caratteristica nazionale turkmena, forgiata concretamente dai quasi cinque secoli del mitico Khanato di Khiva.

Il Runhama si pone come un compendio, una summa di una storia che in qualche maniera è in grado di riepilogare oltre duemila anni di cultura: è dunque un testo fondamentale per comprendere l’autentico spirito turkmeno, un libro considerato sacro dagli indigeni ma fondamentale sul piano storiografico anche per un osservatore estero.

Oggi la partita si gioca sull’energia e non potrebbe essere diversamente, ma pensare che il nuovo Presidente Gurbanguly Berdimuhammedow, in carica dal 2007, possa aver messo da parte la figura storica di Nyyazow sarebbe superficiale e fondamentalmente falso. Malgrado la sua elezione rappresenti una svolta centrale nella storia recente del Paese, negli ultimi due anni e mezzo, a partire dal primo Consiglio dei Ministri inaugurato il 30 marzo dello stesso anno, le politiche intraprese da Berdimuhammedow sembrano seguire una perfetta linea di continuità sul solco patriottico e statalista tracciato dal Presidente Nyyazow.

Dopo un primo periodo che ha visto allargare ed estendere diritti e provvedimenti ulteriori in favore del pubblico impiego e della previdenza sociale, l’ex vice-PrimoMinistro ha cominciato a intessere la nuova tela nei rapporti internazionali. Il 12 maggio del 2007 viene siglato a Mosca un patto a tre, finalizzato alla costruzione di un gasdotto fondamentale in materia energetica, con il Presidente Russo Vladimir Putin e con il Capo del Governo Kazako Nursultan Nazarbayev, che apre la nuova stagione geopolitica del Turkmenistan.

La neutralità mantenuta per tanto tempo dal suo predecessore, aveva saggiamente mantenuto il Paese al riparo da cedimenti verso la Russia o verso gli Stati Uniti: lungo tutti gli anni Novanta, con Eltsin da una parte e Clinton dall’altra, è risultata una politica contingente arguta e accorta.

La nuova Russia di Putin, audace e grintosa, che nel bene o nel male, nulla deve più rinnegare del suo importante passato, costituisce un nuovo baluardo che, piaccia o non piaccia, contrappesa manifestamente lo strapotere americano. La Gazprom, compagnia di Stato russa, già importava dal Turkmenistan 42 miliardi di metri cubi di gas all’anno, al prezzo di 100 dollari per 1000 metri cubi, rivendendoli dopo in Europa a 250 dollari per 1000 metri cubi. Così facendo ha brillantemente rinforzato un rapporto consolidato.

Spostatosi il baricentro sempre più verso l’Asia, non appena il grande gigante economico cinese ha cominciato a muovere i suoi primi ingenti passi nel mondo, ecco che Gurbanguly Berdimuhammedow non ha esitato a proseguire nella sua intensa diplomazia. È proprio la Cina a giocare di furbizia, e a sfruttare la crisi tra Mosca e Ashgabat sorta in seguito ad un gioco al rialzo sui prezzi, per cui Gazprom diminuisce l’erogazione in entrata, e ad una esplosione in circostanze misteriose che colpisce proprio nell’aprile del 2009 uno dei gasdotti. Il governo del Turkmenistan accusa Mosca di aver distrutto il condotto per bloccare un’importazione ormai sconvenientemente scaduta su tariffe europee, e per mesi l’aria di una crisi internazionale si fa sentire.

La stampa occidentale ne approfitta per accusare da un lato Mosca, per i suoi affari considerati “poco chiari” e dall’altro il Turkmenistan, per le sue condizioni politiche non democratiche. Eppure nel silenzio più insospettabile, a farsi avanti è la Cina: il nuovo polo economico mondiale comincia a trattare con Berdimuhammedow, fino alla conclusione dell’accordo bilaterale tra la China National Petroleum Corporation e la KazStroyService, che ha annunciato il 14 dicembre 2009 la costruzione di un gasdotto che giungerà dal Turkmenistan alla Cina, precisamente nella zona dello Xinjiang: completato solo nel 2013, il Trans Asian Gas Pipeline condurrà verso il gigante orientale 40 miliardi di metri cubi di gas all’anno. A dire il vero, era stato già Nyyazow ad aprire ai cinesi pochi mesi prima della sua morte, avendo ormai praticamente avviato il progetto poi realizzato sotto la supervisione di Berdimuhammedow. Il sigillo finale sul piano politico, posto dall’incontro tra il Capo dell’esecutivo turkmeno e il Presidente cinese Hu Jintao ha annoverato un prestito immediato di 4 miliardi di dollari da parte di Pechino verso Ashgabat.

Ma quando la Russia sembrava ormai fuori dai giochi, ecco che improvvisamente e con la sorpresa degli osservatori occidentali, alla fine del 2009, in una nota, Gazprom annuncia le riprese delle importazioni di gas turkmeno, a partire dal 9 gennaio 2010. È così che proprio in Asia centrale, laddove le speranze atlantiche prevedevano uno scontro tra titani, Russia e Cina trovano entrambe stabilità e coesistenza.

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Andrea Fais-www.tifogrifo.com
Agenzia Stampa Italia

 

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