Il cuore dell'Eurasia
Andrea Fais - 22/01/2010
PASSA IL FUTURO DEL MONDO
Era stato il geopolitologo Aleksander Dugin nel 2004 ad elogiarlo pubblicamente, dedicando alla sua figura ed al suo compito istituzionale un testo molto interessante, intitolato Еvrazijskaja Missija Nursultana Nazarbaeva. Naturalmente stiamo parlando del presidente del governo del Kazakistan, Nursultan Nazarbayev. Capo dell’esecutivo sin dal 1991, Nazarbayev è uno di quegli uomini politici di stampo sovietico, che il destino pare quasi aver scelto nel periodo forse più complesso e ardimentoso per tutti gli Stati della CSI.
Dopo la crescita e la formazione militante nelle fila del Partito di governo di una delle più vaste fra le repubbliche dell’Unione Sovietica, alla fine degli anni Ottanta, il compito del leader politico kazako è andato seguendo una linea profondamente irregolare, una traiettoria di difficile interpretazione e di non agevole lettura, almeno in una prima osservazione.
È importante, anzitutto, chiarire a cosa ci troviamo di fronte: il Kazakistan costituisce probabilmente lo Stato più importante di quel cordone eurasiatico orizzontale che dalla Turchia giunge sino alla Cina. Siamo nel cuore dell’Eurasia, in un autentico crocevia storico e religioso di culture ed usanze.
Le sue dimensioni assolutamente rilevanti pongono il Kazakistan al nono posto nella classifica mondiale degli Stati indipendenti per estensione territoriale, e consentono l’espansione del proprio controllo in una posizione di primaria importanza strategica: la presenza del Mar Caspio (il più grande lago salato del mondo) ad Ovest consente estrazioni saline (molto abbondanti nella costa adiacente la zona di confine con il Turkmenistan) ed estrazioni petrolifere assolutamente impressionanti (basti pensare che la città azera di Baku viene considerata da un secolo la capitale del petrolio), per un paese che conta circa 18 milioni di abitanti, per lo più concentrati nell’area della capitale recente, Astana, e di quella antica, Almaty, ma distribuiti in maniera abbastanza calibrata in quasi tutte le quattordici province che costituiscono il Paese.
È appunto la nuova corsa al petrolio, seguita alla dissoluzione dell’Unione Sovietica, che vede ancora una volta la Russia da un lato e il fronte atlantico dall’altro, contendersi investimenti imponenti in queste aree geografiche. Circa dieci anni fa, venne scoperto il sito di Kashagan, proprio in Kazakistan, un autentico tesoro geologico marino, che si dice possa contenere nelle sue vaste profondità dai 9 ai 16 giga-barili di petrolio, e che sarà attivo soltanto a partire dal 2014. Nel frattempo già sei importanti compagnie internazionali (Eni, Total, Exxon, Shell, ConocoPhilips e Inpex) si sono avventurate nell’impresa, formando, assieme e con la supervisione della compagnia kazaka di Stato, la KazMunayGaz, un consorzio internazionale per l’intervento diretto sul sito, il North Caspian Sea Production Sharing Agreement, e aggiudicandosi varie percentuali dei prossimi ricavati.
Al Mar Caspio, si accompagna la presenza di due dei più grandi laghi salati della Terra: il Lago d’Aral (Арал Теңізі), condiviso con l’Uzbekistan ma ormai pressoché inutilizzabile dopo il disastro degli anni Sessanta (eccessi di approvvigionamento e utilizzo di diserbanti nelle semine limitrofe causarono la riduzione drastica della sua superficie e l’inquinamento del suo bacino) e il Lago Balkash (Балқаш Көли), che addirittura annovera ben sette affluenti, formando un bacino molto importante dal punto di vista sociale ed economico.
Ed è proprio qui, nella zona orientale dell’enorme nazione asiatica, che probabilmente prese forma la peculiare caratteristica del Paese. È nell’incontro tra le popolazioni stabili della Steppa e alcune popolazioni mongolo-turaniche che va ricercata la conformazione storico-culturale di questa immensa area, un tempo contraddistinta ad Est dal dominio delle potenti dinastie cinesi, snodo essenziale della cosiddetta Via della Seta, che sin dai primi decenni del Medio Evo europeo, collegava Bisanzio all’estremo Oriente ma che presumibilmente consentì già molti secoli prima un fugace e mediato incontro tra l’Antica Roma e la Dinastia Quang. Popolazioni indoeuropee, probabilmente legate al ceppo iranico-persiano arcaico, dedite alla pastorizia ma ancora semi-nomadi, come i Sarmati, gli Sciti e gli Wusun, furono nel tempo assorbite dalle successive costituzioni di kahnati e dalle susseguenti dominazioni calmucche.
La storia del Paese pare una sorta di linea salda eppure sospesa fra mille incontri ed invasioni, riconducibili a due elementi storici principali: l’islamizzazione del IX secolo, che da allora in poi non avrebbe praticamente quasi mai abbandonato l’area, e le influenze turco-mongole, specie ad opera di popolazioni riconducibili all’etnia mongolo-turanica degli Oirati.
Questo comune denominatore storico pare dunque affiancare fino ad unirli i due binari della spiritualità e della storia politica: Islam e Asia. Come un segno del tempo, l’aspetto etnico del Presidente Nazarbayev sembra riassumere perfettamente nel suo volto quella che Dugin definisce come una missione. Nel testo che abbiamo citato all’inizio di questo scritto, egli afferma: “Nazarbayev anticipando i tempi, si è allineato con lo spirito della storia e col ritmo dello sviluppo della civiltà superando un decennio critico, durante il quale è sempre stato in prima linea nella costruzione della nazione. Fondatore della nuova potenza nascente ha rivitalizzato lo spirito nazionale partecipando attivamente alla politica internazionale in concomitanza con la creazione di un asse strategico e rimanendo fedele all’antica amicizia con i vicini. Nazarbayev ha combattuto fedelmente questa campagna contro avversità ed avversatori, assecondando l’atavico richiamo da parte del continente, la voce degli antenati e le tradizioni della grande alleanza slavo-turanica che ha dato luce al più vasto impero della terra: quello che va da Genghis Khan attraverso l’Orda d’Oro, fino al Regno Moscovita, alla Russia dei Romanov e all’Unione Sovietica”.
C’è un sentimento profondamente mistico in ogni opera di Dugin, che pervade perfino il più risoluto pragmatismo diplomatico: nulla è lasciato al caso, non per Aleksander Dugin. Ogni mossa pare avere un significato profondamente legato ad un progetto più esteso, ogni parola è una sintesi di un discorso più profondo, ogni contesto richiama a gran voce un destino più grande.
E’ nel suo affascinante modo di porsi che evidentemente deve ricercarsi l’origine di una capacità critica non sempre impeccabile ma indubbiamente pregevole, concreta e densa di spunti, notizie e informazioni esaustive.
Pur senza marginalizzare l’analisi di Dugin, naturalmente la realtà della politica ci impone una osservazione che trae evidentemente più spunti dal freddo dato numerico, dal calcolo e dall’analisi economica, che dalla interpretazione storica e “ideologica”.
Il presidente kazako infatti pare ispirarsi più ad un algido pragmatismo che ad una impostazione dottrinaria ben determinata. Se Dugin può mettere nel suo piatto della bilancia una sorta di astrazione del Nazarbayev prospettico dal Nazarbayev conosciuto e ufficiale, la biografia del presidente kazako ci consegna una storia fatta di rapporti internazionali, di incontri strategici e di diplomazie.
Dopo il crollo del grande continente sovietico, il Kazakistan è diventato sostanzialmente una delle prede più ambite per qualunque lobby petrolifera ed energetica: il tentativo di rovesciare l’ordinamento post-sovietico di un Paese che non ha risentito eccessivamente del cambiamento storico seguito al 1991, è andato fin’ora fallito proprio grazie al ruolo protezionistico di Nazarbayev, ancora oggi annoverato tra i “dittatori” antidemocratici del mondo da diversi organismi internazionali. Le accuse restano le stesse che ci siamo abituati da molti anni a leggere nei rapporti mondiali di questi istituti di osservazione e di vigilanza globale: come la Bielorussia di Alexander Lukashenko, l’Uzbekistan di Islom Karimov o il Kirghizistan di Askar Akayev (abilmente rimosso e sostituito con il filo atlantico Bakyev, per effetto della Rivoluzione dei Tulipani del 2005), le cifre quasi plebiscitarie con cui il Presidente viene eletto in ogni tornata di voto, costituirebbero una palese dimostrazione della grave condizione del Paese in materia di libertà civili e diritti politici.
In questo caso, però, la strategia atlantica non cerca lo scontro come solitamente siamo portati a ritenere analogamente al Medio Oriente arabo-islamico, ma sembra volere puntare in maniera più ambigua e moderata, al dialogo, vivendo in una continua intermittenza diplomatica che ha scatenato enormi polemiche negli stessi Stati Uniti.
I rapporti intrapresi da Bush nel 2005 costarono al presidente americano una grave crisi interna, innescata direttamente dalle colonne del Washington Post e dall’ente per i diritti Human Rights Watch. Si trattava in breve di accordi bilaterali che pare avessero previsto un reciproco scambio, per effetto dei quali Bush avrebbe avuto la possibilità di disporre di luoghi strategici nel territorio kazako più vicino con l’Afghanistan in prospettiva logistico-militare e probabili vantaggi negli accordi commerciali energetici.
È molto importante notare che lo scorso 22 dicembre, Obama ha inviato al presidente kazako una lettera di stima per il diciottesimo anniversario dell’indipendenza del Paese. La mossa, che mette in luce l’opportunismo americano e che dimostra la perfetta continuità in politica internazionale tra Bush e Obama, dunque tra Cheney e Brzezinski, pare un disperato tentativo di mantenere saldi i rapporti con uno Stato che proprio nell’ultimo anno ha progressivamente cambiato rotta.
La lotta comune al “terrorismo islamico”, che aveva stranamente messo d’accordo per un periodo di tempo gli ambienti islamici sufisti del Kazakistan e l’intelligence americana (seppure con ragioni “ideologiche” chiaramente agli antipodi), ha fatto posto ad una nuova lettura dello scacchiere mondiale da parte del leader kazako.
Seguendo fattivamente quella multipolarità che sta spostando il baricentro economico del pianeta verso oriente, Nazarbayev ha nuovamente intrecciato rapporti con la Russia di Putin e con la Cina. Hu Jintao è giunto ad Astana proprio nel dicembre scorso per incontrare Nazarbayev e rinnovare i sempre più crescenti rapporti tra i due paesi, che nell’anno precedente si erano tradotti in un giro di affari di quasi diciotto miliardi di dollari.
Pochi giorni prima il presidente kazako era venuto proprio qui in Italia per un incontro con Berlusconi, in cui sono stati trattati temi energetici fondamentali, riguardanti evidentemente il compito dell’Eni nello Stato asiatico.
Ed è proprio dall’economia, che la missione per ora più realistica pare praticabile e percorribile: una missione eurasiatica senza dubbi, ma assolutamente concreta, in attesa di nuovi sviluppi in questo mondo sempre più multilaterale, alla ricerca di una pace e di una convivenza poli-etnica e pan-continentale che intralcia i piani criminali e guerrafondai di chi vede nel complesso mosaico dell’Asia centrale una sorta di Balcani Eurasiatici, (definizione coniata da Brzezinski nel suo libro La Grande Scacchiera), da poter “occidentalizzare” con un nuovo intervento militare della Nato.
Andrea Fais-www.tifogrifo.com
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